

Il ritorno al nucleare è l'ultimo spot del governo attualmente in carica. Ignorando con estrema disinvoltura la posizione della popolazione espressa con il referendum abrogativo del 1987, si prospetta un ritorno al tentativo italico di rifornirsi di energia nucleare. Mentre negli Stati Uniti e in Europa ci si pone il problema dello smaltimento delle scorie, i rifiuti speciali radioattivi costituiti dai materiali a più stretto contatto con il processo di produzione nei reattori, l'Italia, in piena emergenza rifiuti tradizionali, inizia a scegliere i siti idonei per la progettazione degli impianti. Attualmente i rifiuti nucleari sono situati in siti di deposito transitori aspettando l'individuazione di aree geologiche idonee per lo stoccaggio in profondità a tempo indeterminato o almeno fino a quando, passati 100.000 anni per gli scarti più pericolosi, si suppone sarà decaduta la loro radioattività. Attualmente i principali siti in UE utilizzati per il deposito temporaneo sono: Le Hague (Francia), Sellafield (Gran Bretagna), Oskarshamn (Svezia), Olkiluoto (Finlandia). In Italia si stima che le centrali nucleari abbiano prodotto 55 mila metri cubi di scorie, senza considerare i rifiuti che continuano a formarsi nelle centrali non ancora chiuse in maniera definitiva e i 2 mila metri cubi di scorie di origine ospedaliera (fonte zonanucleare.com;
La mappa degli attuali depositi temporanei di materiale radioattivo in Italia). Probabilmente ipotizzando una centrale per ogni regione si potrà coprire un fabbisogno energetico pari al 7% di quello effettivamente necessario.
Non ci vengono date risposte rispetto ai programmi di stoccaggio a lungo termine sotto terra.
Non ci vengono date informazioni rispetto ai tempi di realizzazione che rientrano almeno in un arco di dieci anni, il doppio considerando le difficoltà di vario genere, politiche e mafiose in primis, di cui bisogna tenere conto in Italia.
Non viene ipotizzato l'utilizzo di altre fonti, come quelle rinnovabili, su cui puntano molto gli altri paesi della UE, più esperti di noi sui problemi del nucleare, e che potrebbero coprire la stessa percentuale di produzione energetica.
Non ci viene detto che in Francia, il principale stato europeo nella produzione nucleare, circa il 40% dell'acqua, l'oro blu attuale e del prossimo futuro, viene utilizzato nel raffreddamento dei reattori, senza considerare i numerosi casi di radioattività dell'acque nei pressi delle centrali.
Non si punta sulla ricerca per quella che viene definita la quarta generazione di centrali sulla carta più sicure e con meno produzione di scorie.
Non ci viene detto niente sui rischi e la sicurezza delle zone che si troveranno nelle vicinanze delle centrali, anche se
Chernobyl ci insegna che gli effetti si sentono anche a distanza di centinaia di chilometri e a distanza di decenni.
Inizierà mai la programmazione di una politica energetica che punta da una parte sullo spostamento da una produzione centralizzata a una produzione delocalizzata e di autosostentamento dei diretti fruitori e consumatori e dall'altra su una riorganizzazione politica e culturale dell'abuso, industriale e civile, di tipo energetico?
Aspettimo invano una ripsosta politica e una discussione democratica informativa dopo il prossimo messaggio promozionale.